Politica e carriera militare

In tutto il mondo, ma in Italia in particolar modo, c’è sempre stato un po’ di timore reverenziale per le divise. Chi decide di intraprendere una carriera nelle forze dell’ordine, quale che sia il corpo che predilige, acquisisce uno status particolare che lo ammanta in un certo senso di un’aura di intoccabilità.

Da una parte coloro che vestono una divisa sono i tutori dell’ordine, e per questo si pensa che debbano essere super partes, semplicemente al servizio del bene e della giustizia. Dall’altra c’è anche il timore reverenziale nei confronti di chi detiene un potere e potrebbe usarlo contro di noi, non sempre a ragion veduta. Quello che spesso si dimentica è che, dietro una divisa, batte sempre un cuore, che può anche nutrire una passione politica. A questo punto sorge il dilemma: è giusto o meno che un militare scelga anche di intraprendere un percorso politico? Se si decide di scendere in politica, va da sé che si decide anche di schierarsi da una parte piuttosto che dall’altra, e questo potrebbe cozzare con quanto dicevamo sopra, ovvero con l’imparzialità che dovrebbe contraddistinguere chi milita in un’arma. In passato in effetti era così: il concetto di fedeltà all’arma era molto più rigoroso, specie all’interno del Corpo dei Carabinieri, e sembrava assolutamente impensabile che chi decidesse di vestirne la divisa potesse poi anche solo concepire di fare anche altro; nello specifico, di entrare in politica. Ma oggi le cose sono decisamente cambiate, il confine tra le situazioni e gli schieramenti è sempre più labile, tanto che addirittura il TAR (Tibunale Amministrativo Regionale) del Piemonte ha sancito legalmente il decaduto veto (che, per inciso, non è mai stato scritto ma appartiene solo ad una sorta di codice morale) per un militare di entrare in politica. Il caso è stato sollevato da Carmelo Cataldi, Maresciallo dell’Arma dei Carabinieri. Questi si era iscritto ad un partito molto piccolo, sconosciuto ai più, il Partito per gli operatori della sicurezza e della difesa. In seguito ne era anche diventato segretario regionale. Questo non è andato giù ai suoi superiori tanto che gli è stata inflitta una pesante sanzione, cinque giorni di consegna di rigore. Cataldi ha dunque presentato un ricorso presso il TAR, rivendicando il suo diritto di professare una fede politica, e anche di prendere attivamente parte alle attività del suo schieramento. E il tribunale gli ha dato ragione, dimostrando una volta di più come i tempi siano profondamente cambiati. Il problema che esisteva però, e che esiste tuttora, è che se si dà il via libera all’ingresso nei salotti della politica alle forze armate potrebbero nascere dei conflitti di interesse. Se infatti il proprio avversario politico di opposizione è anche un ufficiale pubblico, ci si potrebbe chiedere fino a che punto egli riesca a continuare a svolgere il suo ruolo senza fare favoritismi o, peggio, senza mettere i bastoni tra le ruote ai propri avversari, avvalendosi della divisa che indossa. La decisione dei magistrati è stata chiara, ma resta il fatto che fare troppa confusione tra i ruoli potrebbe rendere ancora più complicato il confronto tra le parti che è già sufficientemente acceso. Sarebbe bello che si potesse continuare a pensare con deferenza a coloro che indossano una divisa, a vederli come persone che hanno semplicemente messo la loro vita al servizio di un’idea più alta, quella di giustizia, che non possiede colore politico.