Giustizia e politica

Il fenomeno delle ingerenze tra potere giudiziario e potere politico è da molti anni ormai, in Italia, al centro del dibattito pubblico. A farlo riemergere con particolare virulenza è stato il recente caso dello scandalo legato alla banca Etruria, nel quale sono stati coinvolti molti personaggi di spicco delle istituzioni italiane.

A fare scalpore è stato soprattutto il fatto che il procuratore di Arezzo, incaricato delle indagini sul caso, facesse anche parte dell’organico della Presidenza del Consiglio (alcuni membri della quale erano implicati nella vicenda, o comunque indagati). Questo è un primo aspetto molto delicato della questione, ovvero la necessità di scindere il ruolo giudiziario da quello istituzionale. Un magistrato, un pm, o una qualunque altra figura legata al mondo della legislatura, non dovrebbe mai avere anche incarichi di tipo politico. Quale che sia la sua rettitudine morale, per il cittadino è fin troppo facile sospettare che questi possa usare il suo doppio ruolo per trarne vantaggio personale, o per fare favori a persone del suo entourage (cosa che, purtroppo, è accaduta in passato). Ovvero, l’ambiguità dei ruoli getta forti ombre sulla credibilità delle istituzioni a cui maggiormente un cittadino della Repubblica Italiana dovrebbe poter dare la sua fiducia, vale a dire la magistratura e la politica. Il secondo aspetto riguarda invece l’uso improprio che molto spesso si fa di strumenti legati all’amministrazione della legge, che diventano armi di discredito politico. Basti citarne uno su tutti, ovvero il cosiddetto avviso di garanzia. L’avviso di garanzia viene inviato ad un soggetto che si trovi coinvolto nelle indagini circa un atto criminoso. L’avviso, secondo la normativa attuale, deve essere inoltrato solo e soltanto dopo che il giudice incaricato abbia svolto tutte le indagini del caso; potrebbe infatti accadere che si trovino elementi sufficienti a rendere inutile la convocazione di un eventuale imputato. Qualora invece si ritenesse necessario interrogarlo, solo a questo punto verrebbe inviato l’avviso di garanzia. In passato questo strumento di convocazione in giudizio aveva un altro nome e si chiamava comunicazione giudiziaria. La differenza non è solo nominale, ma sostanziale. Si decise di trasformare la comunicazione giudiziaria in avviso di garanzia per dare maggiore tutela al convocato. Infatti, chi riceve un avviso di garanzia, agli occhi della legge, è innocente fino a prova contraria. Poteva accadere invece che con la comunicazione giudiziaria si elaborasse già una sorta di sentenza di colpevolezza. Ciononostante, al giorno d’oggi anche l’avviso di garanzia viene manipolato in modo tale da gettare discredito su un soggetto sul quale pendono dei capi d’accusa, ma che di fatto non è ancora stato dimostrato colpevole di quanto viene sospettato. Può capitare che magistrati corrotti, o mossi da interessi propri, possano inoltrare l’avviso di garanzia anzitempo, appena all’inizio delle indagini, ponendo quindi il sospettato in una posizione molto scomoda agli occhi dell’opinione pubblica. In casi estremi può addirittura accadere che la comunicazione dell’invio di un avviso di garanzia sia data prima alla stampa che all’imputato stesso. Si può facilmente immaginare quali possono essere le conseguenze: la persona accusata diventa immediatamente colpevole, e anche se alla fine del processo venisse scagionata, il suo buon nome sarebbe comunque stato macchiato di infamia, e magari, nel momento in cui era sotto processo, i suoi avversari politici potrebbero averne approfittato. Insomma, da quanto detto si evince con facilità che politica e giustizia dovrebbero sempre essere due realtà ben distinte, senza ingerenze né confusioni.