Il delitto e la sua giusta pena

Quando si parla di sistema giudiziario troppo spesso si tende a dimenticare quello che è un principio base espresso all’interno della Costituzione Italiana, e più esattamente all’art.27. In questa sede si specifica che la pena che viene comminata ad un soggetto che si è macchiato di un qualsivoglia reato non deve essere solo volta a punire il colpevole, ma deve soprattutto essere indirizzata al suo recupero e reinserimento in società.

Le carceri invece spesso diventano luoghi in cui una persona che ha commesso un errore viene avviata verso un percorso di progressivo allontanamento dal consesso sociale, e la perdita della speranza in un possibile futuro porta a sprofondare sempre di più verso l’illegalità. C’è però qualcuno che cerca invece di cambiare la vita dei carcerati, di dare loro una nuova opportunità di essere utili alla comunità in cui vivono: si tratta dei tantissimi volontari che lavorano all’interno degli istituti penali e organizzano numerose attività collaterali al fine di reimpiegare le potenzialità dei condannati. Tutti loro, realtà diverse che vanno dalla Caritas, all’Arci (Associazione ricreativa e culturale italiana) da Libera ad AICS (Associazione Italiana Cultura e Sport), hanno deciso di darsi appuntamento a Roma, all’interno della sala teatro di Rebibbia, per animare il convegno “Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia”, giunto quest’anno alla sua decima edizione. Ogni anno la volontà è quella di riflettere proprio sul modo più opportuno di affrontare il recupero dei detenuti, sul modo migliore per coordinare gli sforzi dei volontari con le risorse che vengono messe a disposizione dalle istituzioni. Quest’anno poi è stato scelto un sottotitolo molto particolare tratto da una canzone di Fabrizio De Andrè: “Un volontariato in direzione ostinata e contraria”. Si è scelta questa locuzione perché la direzione “ostinata” è quella di chi vuole vedere la possibilità di cambiamento in una persona ancora prima che lei stessa sia in grado di farlo, offrendogli in tal modo un’opportunità unica. “Contraria” perché il volontario porta avanti l’idea di carcere non come mero luogo di detenzione e sconto della pena, ma come culla per la creazione di una nuova vita e una nuova consapevolezza. Naturalmente il percorso di un detenuto che voglia prendere consapevolezza di se stesso, di quello che ha compiuto, per poi dare un apporto concreto al miglioramento della società non è affatto semplice. Come ha ricordato Ivo Lizzola, professore di Pedagogia sociale e di Pedagogia della marginalità e della devianza presso l’Università degli Studi di Bergamo, il primo passo è comprendere fino in fondo il reato commesso, e questo porta spesso un notevole carico di dolore. Poi è necessario confrontarsi con chi quel reato, quella violenza, l’ha subita sulla sua pelle stessa oppure in modo indiretto, perché magari ha colpito qualcuno che gli era vicino. Solo attraverso l’elaborazione di quanto accaduto il carcerato è in grado di vedere se stesso come qualcuno che non deve per forza identificarsi per sempre nell’errore commesso ma può diventare una persona nuova ripartendo proprio dal carcere. I volontari infatti propongono molte attività, che vanno dalla musica al teatro al servizio attivo nei confronti dei più deboli, ad esempio i bambini con disabilità o i malati di Alzheimer. Un problema che è stato sollevato in seno alla conferenza di Rebibbia riguarda anche il dopo: se i volontari attivi nelle carceri sono in Italia circa 10 mila, manca però un supporto adeguato al detenuto una volta che viene rilasciato. È importante invece che ci sia chi lo aiuti a reinserirsi nella società senza sentirsi abbandonato a se stesso.