Non solo punizione, ma anche riabilitazione

Il tema della giusta pena da infliggere a chi si macchia di un reato è sempre uno dei più scottanti, e apre ogni volta un dibattito destinato a non trovare una facile soluzione. Ci si interroga su quanto senso abbia una pena che si esclusivamente punizione, come la pena di morte che sopprime chi si è macchiato di un crimine senza dargli la possibilità di pentirsi, o di ravvedersi di quanto commesso.

Ci si interroga quotidianamente, perché una giustizia che sia solo punitiva e non consideri invece la possibile riabilitazione sociale di chi ha sbagliato, ma potrebbe anche ravvedersi, presenta dei costi sociali ed economici non indifferenti. La discussione in merito è stata riaccesa dalla pubblicazione di un libro dal titolo molto eloquente, “La giustizia capovolta”, scritto dal padre gesuita Francesco Occhetta. Il volume è stato presentato presso la Casa Circondariale di Benevento ed ha acceso un dibattito molto sentito. Il punto di osservazione è religioso, ovviamente, ma arriva ad approdi laici. Padre Francesco ricorda quello che Dio ha fatto nei confronti di uno dei primi e più gravi malviventi della storia: Caino. Caino si macchiò di uno dei crimini più orrendi poiché uccise suo fratello Abele, sporcandosi le mani del sangue del suo sangue. Pure Dio non si limitò a punirlo per il reato commesso, ma lo incamminò su un percorso di espiazione e di comprensione profonda del gesto compiuto in un momento d’ira. Questo è lo stesso percorso che, secondo il gesuita, andrebbe proposto ad ogni detenuto. Se il discorso prende le mosse da un episodio biblico, poi le considerazioni successive sono squisitamente laiche. In Italia ogni anno vengono incarcerate circa mille persone, il 69% delle quali recidiva il suo reato: questa è la prova palese che la formula meramente punitiva della giustizia non paga. E non paga anche in termini economici: lo Stato spende ogni giorno 200 euro per ogni detenuto, e nemmeno una minima parte di questa cifra viene usata per la riabilitazione. Basterebbe abbassare la percentuale dei recidivi di appena un solo punto perché lo Stato possa risparmiare ben oltre 50 mila euro. Dunque il discorso non è solo morale, ma anche di convenienza economia e sociale: il valore aggiunto che può apportare alla comunità in cui si reinserisce un detenuto ravveduto non può essere stimato in alcun modo. Lo testimonia però un uomo che ha fatto questa dolorosa ma coinvolgente esperienza sulla sua pelle. Si tratta di Bruno Vallefuoco, il cui figlio fu ucciso dalla camorra. Si tenne un processo e i colpevoli vennero riconosciuti tali, e fu loro data una pena da scontare. Ma, racconta il signor Vallefuoco, in quel momento lui e sua moglie capirono che questo non poteva bastare a lenire il dolore: la sofferenza per la perdita di un figlio non poteva essere risarcita con una semplice pena carceraria. Così il signor Vallefuoco decise di incontrare alcuni detenuti del carcere minorile di Nisida, e di cominciare con loro un percorso di reinserimento nella società. Questo percorso non è facile perché spesso affrancarsi dalla malavita non è solo una scelta personale, ma coinvolge l’intera famiglia di appartenenza. L’esperienza fatta dal signor Vallefuoco, che oggi è coordinatore regionale del settore memoria di Libera, gli è servita a capire che un’altra giustizia è possibile. Tanto più che il modello attuale dimostra le sue pecche in molteplici modi: basti pensare che un detenuto che sta scontando l’ergastolo ha scritto una lettera al Presidente della Repubblica chiedendo la pena di morte, trovandola più accettabile di quella lenta agonia a cui è stato condannato.