Il sistema giudiziario giapponese: I did it even if I didn't

Molto spesso ci si lamenta del sistema giudiziario italiano, delle sue lungaggini, del fatto che anche dopo molti anni di processi, ricorsi in appello, raccolta di prove ed interrogatori sembra impossibile accedere alla verità ed assicurare il colpevole di un reato alla giustizia. Al confronto, invece, il sistema giudiziario nipponico sembrerebbe un orologio svizzero.

In Giappone infatti, secondo le statistiche, nel 2014 oltre l’89% delle indagini è stata avvalorata da una confessione dell’imputato; il 99,8% delle volte l’imputato è stato dichiarato colpevole alla fine del processo. Detta così, sembrerebbe il risultato di un sistema impeccabile; ma un legittimo dubbio davanti ad un così alto numero di confessioni non può non sorgere. L’Economist, noto settimanale britannico, ha così pensato di condurre un inchiesta che ha presentato una realtà a dir poco sconvolgente. L’alto numero di confessioni cela infatti torture ed interrogatori durissimi, al termine dei quali gli accusati preferiscono dichiararsi colpevoli pur di non sottomettersi più alle angherie dei propri aguzzini. Niente di nuovo, si potrebbe osservare. Anche nel nostro Paese, specie all’epoca di Tangentopoli, usare metodi coercitivi per spingere qualcuno ad ammettere di aver commesso un reato era un sistema piuttosto diffuso. I numero però dimostrano come in Giappone questo avvenga con frequenza e sistematicità, tanto da diventare vessatorio nei confronti dei cittadini che non possono sentirsi in alcun modo tutelati quando, per un motivo o per l’altro, si trovino a dover passare sotto il giogo della giustizia. Molti sono gli esempi riportati dall’Economist. Ad esempio, viene raccontata la storia di Toshio Oriyama che ha scontato 22 anni di pena per un omicidio che ancora oggi professa di non aver commesso. Oriyama racconta le condizioni nelle quali i detenuti vengono fatti vivere in carcere. Non possono parlare, non possono leggere, e non possono neppure stare in piedi, e questo molto spesso causa loro piaghe da decubito. Ma il peggio è prima della carcerazione, quando si viene sottoposti ad interrogatori durissimi anche per giorni e giorni, con insulti e percosse. Kazuo Ishikawa non sa nemmeno scrivere, ma ha comunque deciso di firmare la sua colpevolezza dopo essere stato torturato per 30 giorni consecutivi, finendo così dietro le sbarre per ben 32 anni. Iwao Hakamada è stato per 46 anni nel braccio della morte, ed è stato recentemente scarcerato perché la sua difesa ha accusato gli inquirenti di aver commesso numerosi soprusi nei confronti del suo assistito, al fine di farlo confessare per un crimine non commesso, arrivando addirittura a fabbricare prove false contro di lui. Le denunce che arrivano da ogni parte contro i sistematici abusi di potere commessi dalle forze dell’ordine nei confronti di chi venga anche solo sospettato di aver compiuto atti illegali non sembrano però avere il potere di smuovere l’opinione pubblica giapponese, secondo la quale il sistema giudiziario funziona alla perfezione e il giudizio dei signori della corte è inappellabile e sempre corretto. A livello internazionale, però, le impressioni suscitate dal reportage dell’Economist sono state ben diverse, ma di certo non sarà possibile fare nulla per cambiare questo stato di cose. Infatti non è possibile intervenire all’interno del sistema di una nazione che può decidere da sola a quali regole obbedire. Questo purtroppo significa che anche in futuro molti innocenti verranno messi in prigione, costretti a dire “I did it even if I didn't”: mi dichiaro colpevole anche se sono innocente.