L’educazione e la sua importanza per l’integrazione degli immigrati

I problemi che l’immigrazione comporta sono molteplici. Quelli che saltano più sovente agli onori della cronaca, e che in genere preoccupano maggiormente gli enti istituzionali che devono occuparsi di regolamentare e dirigere i flussi migratori, sono relativi all’integrazione economica, alla necessità di sostentamento e di dare un’occupazione a tutti per evitare criminalità e disordini sociali.

Ovvero, il problema che salta più immediatamente agli occhi è di ordine puramente pratico: dove alloggiare gli immigrati, cosa dare loro da mangiare, e così via. Ma c’è un altro aspetto che non è meno importante, ma che pure viene spesso trascurato, perché appare più effimero ma, alla lunga, potrebbe fare la differenza. L’integrazione degli immigrati, tanto che essi provengano da Paesi interni alla Comunità Europea, che da Paesi Extraeuropei, passa attraverso l’educazione e il sistema scolastico. Difficoltà, problemi di convivenza, sentimenti di odio razziale, possono essere evitati soprattutto dando a chi viene ospitato in un Paese che non gli appartiene un’adeguata conoscenza degli usi e costumi locali, e una preparazione culturale tale che gli consenta di costruirsi un futuro dignitose. I dati dimostrano che invece questo non accade che di rado, o quasi mai. L’istituto preposto a raccogliere i numeri relativi ai gradi di scolarizzazione e alfabetizzazione della popolazione europea è l’EDAC, dipartimento dell’Eurostat, l’agenzia di statistiche della Comunità Europea. L’EDAC considera non solo il numero di soggetti che continua a perseguire la sua formazione scolastica, ma valuta anche l’efficacia dei progetti di scambio studentesco, e la validità dei percorsi volti a garantire una collocazione nel mondo del lavoro. I soggetti sui quali si sono condotte le indagini statistiche appartengono a tre differenti categorie. Da una parte ci sono i cosiddetti “nationals”, ovvero coloro che risiedono e studiano nel proprio Paese di origine; ci sono poi i “foreign EU citizens”, vale a dire immigrati che provengono da altri Paesi facenti parte della Comunità Europea; e infine i “non EU citizens”, ovvero coloro che provengono da Paesi esterni alla Comunità, e che non possiedono cittadinanza europea. In base a quanto dedotto da Eurostat, sono molti di più i giovani, di età compresa tra i 18 e i 24 anni, che rischiano di non completare il loro percorso di studi e di abbandonarlo prematuramente, che non hanno cittadinanza europea. Si parla di una percentuale del 25%, contro il 10,2% dei nationals e il 19,2% dei foreign EU citizens. In genere, all’interno di queste percentuali sono in numero maggiore gli uomini piuttosto che le donne, anche in questo caso però con una differenza tra cittadini UE e quelli che non lo sono. In quest’ultimo caso infatti il divario tra uomini e donne è minore. Oltre a chi abbandona gli studi, le statistiche hanno considerato anche i cosiddetti NEET (Not engaged in Education, Employment or Training), ovvero quei soggetti che non solo non studiano, ma neppure partecipano a percorsi formativi, né lavorano o cercano lavoro. I NEET sono il 20.6% tra coloro che non hanno la cittadinanza europea, il 15,5% tra coloro che vengono da un altro Paese europeo, e solo il 12% tra i residenti e cittadini del Paese in cui vivono. In questo caso, tra i cittadini europei non c’è differenza tra uomini e donne, mentre la predominanza delle donne che possono definirsi NEET è molto marcata in coloro che provengono da Paesi extraeuropei. C’è insomma ancora molto da fare perché si possa raggiungere una reale integrazione scolastica, presupposto necessario per una vera società interculturale.