Il futuro dell’Europa

Da quando è stata creata la Comunità Europea, le cose in molti Paesi non sono andate esattamente come si sarebbe sperato, soprattutto dal punto di vista economico. Anziché arricchirsi le nazioni, per la maggior parte, si sono impoverite, creando squilibri e malcontenti che hanno finito per minare l’idea stessa di Europa unita anziché rafforzarla.

Basta analizzare la situazione così come appare nei primi mesi del 2016: ancora una volta, come sempre più spesso negli ultimi anni, a farsi carico dell’onere di rimettere a posto i conti è stato Mario Draghi, direttore della BCE, l’istituto centrale di credito che ha sostituito le banche nazionali e che decide le politiche economiche europee. Al fine di fare fronte alla crisi e di stimolare la ripresa economica Draghi ha azzerato i tassi di interesse, ultima di una serie di misure che ormai da mesi vengono tentate per ridare ossigeno ai mercati. Ancora una volta la BCE sembrava aver sortito l’effetto desiderato, con un repentino rialzo delle Borse e un’euforia generalizzata. Ma, anche in questo caso ancora una volta come in passato, l’effetto sortito si è rivelato effimero, perchè di lì a poco tutti i mercati hanno subito un ribasso legato alle stime sul PIL (Prodotto Interno Lordo) e sull’inflazione. Come si può leggere tutto questo? Probabilmente il punto sta proprio nella figura di Draghi e nel ruolo preponderante che la BCE ha assunto negli ultimi anni nei confronti delle sorti dell’Europa. Infatti Mario Draghi disse che si sarebbe adoperato, facendo tutto quanto fosse in suo potere, al fine di salvare l’Euro, e in effetti ha mantenuto la sua promessa. Attraverso il “Quantitative Easing” la Banca Centrale ha acquistato titoli di stato al fine di rimettere in circolazione denaro, che nelle intenzioni doveva servire a sostenere l’imprenditoria e a far riprendere il mercato del lavoro. Nei fatti questo però non è accaduto; o meglio, è accaduto solo in quei Paesi dove alla politica economica della BCE è seguita anche una politica interna fatta di riforme sulla spesa pubblica. Così del Quantitative Easing ne hanno giovato Paesi come L’Olanda, e la Spagna, e molto meno la Francia e la stessa Italia. In definitiva questo fa capire come ormai non sia più sufficiente l’impegno dell’istituto finanziario centrale, ma come sia la politica di ogni Paese a doversi rimettere in movimento per dare, una volta per tutte, un senso reale al concetto di “Europa”. Come un tempo Massimo D’Azeglio affermò che, fatta l’Italia, andavano fatti gli italiani, lo stesso è accaduto con l’Europa. La comunità europea è stata creata a livello legislativo, economico, istituzionale, ma di fatto non è mai esistita nei cuori delle persone. Se oggi si chiedesse alla gente se preferirebbe continuare a perseverare verso la strada dell’unità, o piuttosto tornare indietro, è molto probabile che a vincere sarebbe quest’ultimo pensiero. “Europa” a molte persone fa venire in mente solo sacrifici, impoverimento, a fronte di un passato benessere ormai vagheggiato dai più. In realtà però la soluzione migliore sarebbe quella di continuare sulla strada già intrapresa, ma facendolo con uno spirito nuovo. L’unità è necessaria perché le nazioni europee non potrebbero sopravvivere da sole agli enormi cambiamenti che sono in atto; però affinchè l’Europa diventi davvero funzionale c’è bisogno di un preciso impegno da parte della politica, che superi gli interessi egoistici e i particolarismi e si muova verso governi di consenso popolare in cui ci sia una visione condivisa e coerente, tale da vincere ogni pensiero anti-europeista.